In giapponese non esiste un verbo essere, ma una particella chiamata “da dichiarativo”, corrispondente al segno hiragana だ. Essa viene affissa dopo il termine che rappresenta lo stato d’essere di una cosa, come si può vedere da questo esempio:
学生だ
(Gakuseida)
È uno studente.
Tuttavia non è necessario utilizzare il da dichiarativo, anche se così facendo la frase acquista un tono femminile. Nelle domande, invece, il da NON deve assolutamente essere inserito, perché equivarrebbe a chiedere e ad affermare allo stesso tempo. Quando il da non è presente nelle domande, ciò non implica necessariamente che il tono usato sia femminile.
学生 (Gakusei), È uno studente (tono femminile)
学生だ (Gakusei da), È uno studente (tono maschile)
学生? (Gakusei?), (lui/lei) è uno studente? (è errato dire “Gakusei da?“)
È possibile esprimere gli stati d’essere anche al negativo, al passato e al passato negativo, utilizzando di volta in volta queste particelle:
1 – Presente negativo:
ではない – Dewa nai
は in questo caso si legge wa invece di ha);
2 – Passato:
だった– Datta
Ricordate: il fonema tsuつ aggiunto in piccolo prima di un segno ne raddoppia la consonante);
Passato negativo:
ではなかった – Dewa nakatta
Vediamo qualche esempio:
学生だった
(Gakuseidatta)
Era uno studente
学生ではない
(Gakusei dewa nai)
Non è uno studente
学生ではなかった
(Gakuseidewa nakatta)
Non era uno studente
ATTENZIONE: Queste tre particelle non sono coniugazioni del “da dichiarativo”. Ciò si evince dall’esempio qui sotto.
学生だった?
(Gakuseidatta?)
Era uno studente?
Infatti le tre particelle possono, e anzi devono essere utilizzate nelle domande, in quanto specificano il tempo in cui lo stato d’essere ha valore. Solo il “da dichiarativo” non può essere utilizzato.
La forma cortese del verbo essere
Il verbo essere in forma cortese è rappresentato dalla particella です (desu), la quale si comporta come il “da dichiarativo”:
学生です
(Gakuseidesu)
È uno studente. (tono cortese)
Le sue coniugazioni sono:
Presente negativo:
ではありません
(Dewa arimasen);
Passato:
でした
(Deshita);
Passato negativo:
ではありませんでした
(Dewa arimasen deshita);
A differenza del だ il desu va obbligatoriamente inserito nelle domande per indicare la loro forma cortese, dunque non è la forma cortese del “da dichiarativo”, ma una particella diversa.
Le particelle giapponesi sono elementi grammaticali cruciali che si aggiungono a nomi, verbi, aggettivi o intere frasi per indicarne la funzione, il ruolo o la relazione all’interno della frase. A differenza delle preposizioni in italiano o inglese, che precedono il sostantivo, le particelle giapponesi seguono immediatamente la parola a cui si riferiscono. Questi “moduli” sono estremamente versatili e portano con sé una vasta gamma di significati, che possono indicare il soggetto, l’oggetto diretto, la destinazione, la provenienza, la compagnia, lo strumento, la ragione, la condizione, la concessione e molti altri rapporti logici e grammaticali. La loro presenza è spesso indispensabile per comprendere la struttura e il significato di una frase giapponese, poiché l’ordine delle parole è relativamente flessibile e il ruolo di ciascun elemento è determinato principalmente dalla particella che lo segue.
Imparare a distinguere e utilizzare correttamente le diverse particelle connettive è fondamentale per acquisire una solida competenza nella lingua giapponese, poiché anche una piccola variazione nella particella può alterare significativamente il significato dell’intera frase.
La particella へ (he)agisce come una freccia direzionale nel discorso, segnalando il punto di arrivo o la meta di un’azione di movimento, senza necessariamente implicare un’attività che si svolga una volta giunti a destinazione; il suo focus è sul tragitto o sulla direzione. Al contrario, で (de)delimita lo spazio in cui un evento o un’azione hanno luogo, definendo il contesto ambientale in cui si svolge l’attività; pensa a で (de)come al “teatro” dell’azione. Inoltre, la versatilità di で (de) si estende all’indicazione del mezzo attraverso il quale un’azione viene compiuta, fornendo dettagli sul come qualcosa viene fatto, e può persino esprimere la causa o la ragione di un determinato evento, collegando un effetto alla sua origine. La scelta tra へ (he) e で (de)dipende quindi strettamente dall’aspetto del luogo che si vuole enfatizzare: la destinazione del movimento (へ)o il luogo dell’azione (で), o ancora, il mezzo o la causa (sempre con で). Comprendere questa distinzione sottile ma fondamentale arricchisce la precisione e la naturalezza dell’espressione in lingua giapponese.
海へ行った
(Umie itta)
Sono andato verso il mare
La posposizione で (de) indica la circostanza in cui ha valore l’azione espressa dal verbo (è definita infatti “posposizione circostanziale”). Per circostanza si intendono moltissime cose, dunque questa posposizione introduce un’ampia varietà di complementi, di cui vedremo i più importanti:
Complemento di stato in luogo nel senso di “azione in luogo“:
La particella を (wo)funge da vero e proprio “bersaglio” grammaticale, evidenziando l’entità che viene direttamente influenzata dall’azione espressa dal verbo transitivo; è l’anello di congiunzione indispensabile tra l’agente e il paziente dell’azione. Al contrario, に (ni) si dimostra una particella poliedrica, capace di intessere una rete di relazioni diverse all’interno della frase: può definire il punto di arrivo di uno spostamento, ancorare un evento a un momento preciso nel tempo, stabilire il destinatario di un’azione o localizzare un’entità nello spazio. Questa sua versatilità la rende una delle particelle più frequenti e cruciali per la comprensione della sintassi giapponese. Mentre を (wo) delinea una relazione diretta e univoca tra verbo e oggetto, に (ni)instaura connessioni più sfumate e contestuali, richiedendo una maggiore attenzione al verbo e alle altre componenti della frase per decifrarne il significato specifico. La padronanza di entrambe le particelle è quindi essenziale per esprimersi e comprendere il giapponese in modo accurato e naturale.
L’uso della particella を (wo) è abbastanza semplice e viene solitamente impiegato per:
1 – Qualificare il complemento oggetto eviene inserito dopo l’oggetto (i) in una frase..
私は林檎を食べる
(Watashi wa ringo o taberu),
Io mangio una mela
2 – Con il complemento di moto per luogo in dipendenza di un verbo di movimento:
町を歩く
(Machioaruku) >> 歩く – aruku: camminare, andare a piedi
Cammino per la città
Pronuncia
La particella をwo viene generalmente pronunciata “o” nella conversazione di tutti i giorni, ma a volte la sentirai pronunciare “wo” per motivi stilistici (ad esempio, la pronuncia “wo” viene usata abbastanza spesso nelle canzoni). Tuttavia, la particella を wo è sempre scritta con la kana を (wo) e non con il kana お (o).
Stai attento:
A volte la particella をwo è rappresentata come “o” in romaji, ma quando si scrivono frasi giapponesi usando kana questa particella sarà sempre scritta usando を (wo) kana.
La posposizione に (ni) indica la “destinazione” del verbo, intesa in molti modi. Si traduce con:
1 – Complemento di stato in luogo in dipendenza di un verbo statico:
お手洗いにいる
(Otearaini iru)
Sono in bagno
2 – Complemento di termine:
ジムに薔薇を与えた
(Jimunibara o ataeta)
Ho dato una rosa a Jim.
3 – Complemento di moto a luogo con destinazione finale:
日本に行く
(Nihonni iku)
Vado in Giappone (è il Giappone la mia meta finale).
4 – Complemento di tempo:
明日に肉をたべる
(Ashitaniniku o taberu)
Domani mangerò carne.
Il complemento di tempo può anche essere espresso senza l’uso del ni, ciò implica una minore enfasi del termine.
Quando il termine con ni si riferisce a un complemento di luogo, esso può anche costituire l’argomento del discorso, come si evince da questo esempio:
自宅にはいった?
(Jitakuni wa itta?)
A casa, ci sei andato?
In questo modo il termine acquista un’enfasi maggiore.
Significa “Io”, è usato dalle donne di qualsiasi età ed è utilizzabile virtualmente in qualsiasi situazione. E’ usato anche dagli uomini, specie se parlano con dei superiori sul posto di lavoro o con un cliente, e in generale per esprimere rispetto e cortesia (p.e. anche con uno sconosciuto per strada). E’ inadatto però (per gli uomini) in altre situazioni, più informali, ad esempio in famiglia (con moglie e figli, con i propri genitori, ovviamente, e i parenti stretti), con gli amici o la propria ragazza… In situazioni molto formali uomini e donne usano lo stesso kanji… ma con pronuncia “watakushi” (ricordate la pronuncia: watakshi). Le ragazze, in situazioni informali, usano spesso la contrazione “atashi” o “uchi” che risultano delle espressioni più “kawaii” (carine). Attenzione a “uchi”: vuol dire anche “casa” ed è usato per dire “io” in certi dialetti. Dunque lo sentirete dire anche da ragazzi, ma se non vuol dire “casa” e il dialetto non c’entra, allora è più che altro usato dalle ragazze.
僕(ぼく) boku
– Significa “Io”, è usato dagli uomini in alcuni dei casi in cui watashi è poco indicato. Per dare una definizione potremmo dire “con pari grado e inferiori con cui non si è in particolare confidenza o per risultare educati” (è difficile che un uomo lo usi in famiglia, per quanto tutt’altro che impossibile, o con la propria fidanzata).
俺(おれ)ore
– Significa “Io”, è usato solo dagli uomini (a volte dalle teppiste, ma sono cose che sentirete solo in anime e drama). E’ molto informale (può essere molto scortese se usato nelle situazioni sbagliate) e implica particolare confidenza e familiarità con chi ascolta (un uomo lo userà in famiglia, con gli amici, con la propria fidanzata, ecc).
Seconda persona singolare (tu)
貴方(あなた) anata
– Significa “Tu”. Risulta abbastanza neutro. E’ un’espressione che possiamo definire cortese, rispetto ad altre utilizzabili solo con chi si ha più confidenza (come l’abbreviazione “anta”) o è più giovane di noi. Tuttavia risulta scortese se usato in determinate occasioni. In particolare non va usato se di una persona conoscete il titolo professionale (p.e. Direttore, Dottore, Professore…) o genericamente la professione (p.e. o-hana’ya-san, “signor fioraio”) o se ne conoscete il cognome (Cognome-san sarà Signor…). Inoltre non va usato con i vostri familiari (a meno che si tratti del proprio marito, che le donne chiamano “anata” o “anta”, come a dire “caro”, “tesoro”): chi è più anziano di voi va chiamato col suo ruolo (come dicessimo “signor padre”, “signor fratello”, ecc.), chi è più giovane va chiamato per nome. Anche fuori dalla famiglia ci sono espressioni adatte, che si rifanno al linguaggio familiare (con qualche eccezione, come go-roujin per un anziano), di cui parleremo a tempo debito. Ad ogni modo è buona norma evitare (anche con un giro di parole) di usare anata, se possibile, dato che alla fine la maggior parte delle volte lo trovate usato “tra parigrado e verso inferiori”.
君(きみ) kimi
– Significa “Tu”. Corrisponde un po’ a boku. E’ tendenzialmente maschile, ma a volte è usato anche dalle donne se devono rivolgersi a bambini o a subordinati (p.e. sul posto di lavoro). Piccola curiosità: mentre 僕 (il kanji di “boku”) con diversa lettura (shimobe) e nei composti (p.e. geboku) significa “servo”, il significato originale di 君 “kimi” era “principe”. Oggi è usato per parigrado e inferiori …ed è facile rendersi conto di questa cosa se pensate che il suo kanji è usato anche per il suffisso -kun. P.e. Tamura-kun (che trovate nel titolo) si può scrivere 田村君 …e il contesto necessario per poter usare kimi o il suffisso -kun (invece di -san) è il medesimo utilizzo.
お前(おまえ)omae
– Significa “Tu”.E’ usato esclusivamente in situazioni informali, è un po’ rude quindi è usato principalmente (ma non esclusivamente) dagli uomini. Come anata è spesso usato nella coppia in senso “affettivo” (tesoro, caro), omae è il “corrispettivo maschile” (di norma, ma può usarlo anche una donna). Capita peraltro di sentirlo seguito da -san, così come invece anata può esser seguito da -sama… ma non lo incontrerete spesso. Ovviamente come tutti i “tu” citati, vale sempre per “parigrado e verso inferiori”, perché altrimenti non usate il “tu” (vd. il discorso fatto per “anata”).
Terza persona singolare (lui/lei)
彼(かれ) kare
– Significa “lui” e si usa solo in situazioni informali. Non è brusco o volgare, ma se non hai confidenza con quella persona non usi “kare” per parlarne. Ovviamente, come sempre, se si può usare il ruolo lavorativo o cognome-san (Signor Cognome), è meglio. E’ usato spesso anche come abbreviazione di “kareshi” , 彼氏 , cioè “ragazzo”, nel senso di “fidanzato”.
彼女(かのじょ)kanojo
– Significa “lei”, in situazioni informali e corrisponde a kare. Inoltre significa anche ragazza, fidanzata.
あの人/方(あのひと/かた)ano hito/kata
– Significa “lui” o “lei”, in situazioni più o meno formali (dei due kata è più formale di hito). Difatti, traduzione letterale sarebbe “quella persona”. Può essere riferito a una persona visibile, ma lontana sia dal parlante che dall’ascoltatore, oppure ad una persona assente, ma che è nota a parlante e ascoltatore. Se questa condizione non è soddisfatta dico “sono hito/kata” (che vuol dire sempre “quella persona”). Se lui o lei è presente e vicino al parlante, questo dirà “kochira”, se invece è vicino all’ascoltatore “sochira”… si può dire che siano “abbreviazioni” dell’espressione kochira no kata (la persona che c’è qui) e sochira no kata (la persona che c’è là).
Sebbene “kata” sia termine assolutamente rispettoso, se una persona è presente è sempre bene riferirsi ad essa dicendo semplicemente cognome-san (Signor Cognome), non “lui/lei” (certo, a meno che non la stiate presentando, nel qual caso dovrete dire per forza “lui è Tanaka”, è ovvio). Lo stesso vale se la persona in questione è assente: se è nota ai presenti usarne il cognome(+san) è sempre meglio.
Piccola nota: quel bambino o bambina usa sempre “ano”, ma sostituisce “persona” con 子 (ko), bambino/a, piccolo/a. “Ano ko” si usa appunto per i bambini, ma spesso anche per le ragazze (indicativamente non oltre la 20ina). Kochira e sochira sono troppo formali per i bambini quindi si dirà “kono ko” o “sono ko” rispettivamente.
Come per io e tu, anche per la terza persona esistono molti altri modi possibili, uno più interessante dell’altro di esprimersi… ma li lasceremo per un’altra volta.
I plurali
I plurali dei pronomi personali si fanno attaccando un suffisso a fine parola. Il suffisso più “neutro” (e quindi sicuro) è 達 , -tachi; potete usarlo praticamente sempre e per tutti i pronomi. Poi abbiamo un suffisso di grande rispetto (che quindi non uso per la prima persona), 方-gata, che segue “anata” e “ano kata” (è lo stesso kanji presente in anata e ano kata). C’è un suffisso particolarmente umile: 共 , -domo. E’ molto educato se segue watashi/watakushi per dire “noi” (perché è come auto-sminuirsi, non darsi importanza). Tuttavia è offensivo se segue la 2a o 3a persona (quindi non lo si usa per queste) o altri sostantivi (baka-domo = voi stupidotti/imbecilli ecc).
Prima persona plurale
私たち [私達] watashi-tachi (gli usi sono relativi al pronome singolare)
ぼくたち [僕達] boku-tachi
ぼくら [僕等]bokura
おれたちore-tachi
Seconda persona plurale
あなたがた [貴方がた]anata-gata (il suffisso –gata è più formale di -tachi)
Attenzione!Non è il “domo” di “kodomo” (子供): kodomo è sia singolare che plurale. Per dire noi in modo formale c’è anche un altro termine (non è un suffisso): 我々“wareware”. Lo si usa quando si parla a nome d’un gruppo (p.e. lo staff di qualcosa, “noi insegnanti”, “noi rappresentati di…”, ecc.).
Infine c’è -ra, che come suffisso è molto colloquiale, quindi di norma non si trova dopo watashi o hito o kata. Il suo kanji è 等 ma non si usa quasi mai perché ha anche un’altra lettura. Anche gli altri suffissi per il plurale usano poco il kanji (come si può vedere nell’immagine poco sopra con scritto 私たちは負けない ,(Watashitachi wa makenai) noi non perderemo!), ma “ra” è il suffisso che lo usa più di rado… anche perché è il più colloquiale.
La particella の (no) è un vero e proprio jolly grammaticale, capace di tessere legami tra sostantivi per esprimere appartenenza, specificare attributi o trasformare un’intera proposizione in un elemento nominale all’interno di una frase più ampia. La sua funzione possessiva è forse la più intuitiva, ma la sua capacità di creare nessi descrittivi arricchisce notevolmente la precisione del linguaggio. Per quanto riguarda か (ka), la sua presenza trasforma un’affermazione in un’interrogativa diretta, invitando una risposta dall’interlocutore, ma la sua utilità si estende anche alla presentazione di opzioni, offrendo una scelta tra due o più possibilità. Infine, も (mo) aggiunge un senso di inclusione e parallelismo, collegando un elemento a un contesto precedente e sottolineando una similarità o un’aggiunta. L’abilità di distinguere e utilizzare correttamente queste tre particelle – il legame di の (no), la domanda o l’alternativa di か (ka), e l’inclusione di も (mo) – è fondamentale per esprimere sfumature di significato essenziali nella comunicazione giapponese.
Complemento di specificazione
Quando la posposizione の assume il significato di complemento di specificazione, il termine che accompagna precede il termine a cui si riferisce:
これ/は/カイリ/の本/だ
(Kore/ wa Kairinohon da)
Questo è il libro di Kairi
In alcuni casi il no può essere affisso a un nome per trasformarlo in pseudo aggettivo, specialmente nel caso di parole straniere come ad esempio イタリア (Itaria, Italia):
イタリア/の/料理/を/食べた
(Itarianoryōri o tabeta)
Ho mangiato un piatto italiano (lett. dell’Italia)
La particella か (ka)
La particella か (ka) va affissa alla fine di una domanda per specificarne il tono cortese. Quando viene utilizzato il か per formulare una domanda non va inserito il punto interrogativo, e ovviamente ricordiamo di non usare il da dichiarativo.
すみません、花屋/は/どこです/か
(Sumimasen, hanayawa dokodesu/ ka)
Scusi, dov’è il fioraio?
NOTA: Le domande con il pronome どこ (doko,dove) si possono formulare sia con lo stato d’essere, come sopra, sia con i verbi di esistenza, nel seguente modo:
どこにある/どこにいる
(Doko ni aru/Doko ni iru)
La stessa cosa vale con gli altri pronomi indefiniti che indicano luoghi.
La posposizione か viene anche usata per introdurre frasi interrogative indirette. Colgo l’occasione per segnalare che, in giapponese, le frasi subordinate precedono sempre la principale a cui sono legate, cosicché avremo periodi del tipo:
どこか言って
(Doko ka itte)
Dimmi dove si trova
誰が先生か知らない
(Daregasenseika shiranai)
Non so chi è l’insegnante
ぼくもがくせいです。
boku mogakusei desu.
Anche io sono uno studente”.
Come spero abbiate capito も , mo, significa “anche”.
La particella よ (yo), agendo come un piccolo “ecco!” o “ascolta!”, spesso introduce un elemento di novità o una precisazione che il parlante ritiene importante sottolineare, quasi a voler guidare l’attenzione dell’ascoltatore su un punto specifico. Può anche esprimere un tono di avvertimento o consiglio, implicando che l’ascoltatore dovrebbe tenere a mente quanto detto. In contrasto, ね (ne) funziona come un gentile “vero?”, “non è così?” o “capisci?”, creando un senso di connessione e ricerca di convalida tra i parlanti. Il suo utilizzo ammorbidisce spesso l’affermazione, trasformandola in una sorta di invito implicito alla partecipazione emotiva o intellettuale.
Una frase con よ (yo) suona più assertiva e diretta, mentre una con ね (ne) appare più colloquiale e orientata alla condivisione. È interessante notare come la semplice aggiunta di queste particelle possa alterare significativamente l’impatto di una frase, spostando il focus dall’affermazione pura alla reazione attesa dell’interlocutore. よ (yo) proietta l’informazione verso l’esterno, mentre ね (ne) la richiama verso una comprensione comune. La scelta tra le due dipende quindi in gran parte dall’intenzione comunicativa del parlante e dalla relazione con l’ascoltatore.
1 – ね
これ/は/時計/です/ね
Kore wa tokei /desu ne oishī yo
Questo è un orologio, no?
2 – よ
これ/魚/じゃない/です/よ。
(Kore-gyojanai desuyo!)
Questo non è pesce!
Le due particelle si possono concatenare, ma sempre in quest’ordine よね e si traducono con “no?!” oppure “non è così?!”. Purtroppo per voi si possono usare solo con la forma “base” di です che vedremo più avanti!
Le particelle は (wa) e が (ga) sono entrambe utilizzate per indicare il soggetto di una frase in giapponese, ma hanno sfumature d’uso distinte e importanti.
は (wa)è principalmente la particella del tema. Indica l’argomento principale della frase, ciò di cui si sta parlando. Spesso, ma non sempre, coincide con il soggetto grammaticale. は (wa) introduce un’informazione già nota o data nel contesto della conversazione. Ha una funzione contrastiva o esplicativa, mettendo in rilievo l’argomento rispetto ad altre possibilità. Ad esempio, in 「私は学生です (watashi wa gakusei desu)」, “io sono uno studente”, は (wa) indica che “io” è il tema della frase, ciò di cui si sta dicendo qualcosa.
が (ga) è principalmente la particella del soggetto. Indica il soggetto grammaticale della frase, colui che compie l’azione o che si trova in un determinato stato. が (ga) viene spesso utilizzato per introdurre un’informazione nuova o non ancora nota nella conversazione. Si usa anche per enfatizzare il soggetto, per rispondere a domande con “chi?” o “cosa?“, e nelle proposizioni subordinate relative. Ad esempio, in 「雨が降っています (ame ga futte imasu)」, “sta piovendo”, が (ga) indica che “pioggia” è il soggetto che compie l’azione di piovere.
Ho letto un libro
私 は 本 を 読んだ
Watashi wa hon wo yonda
…dove はsottolinea il soggetto della frase, ovvero 私 (watashi – io),
è diverso da
Ho letto un libro!
本 が 読んだ!
Hon ga yonda!
…dove が va ad enfatizzare il tema principale della frase che, in questo caso, è il libro (ipotizzando che io non sia una persona che legge libri, e presentando quindi il fatto come un evento straordinario).
Il が, infatti, viene utilizzato come rafforzativo nelle frasi il cui senso è quello di dare una notizia, o constatare qualcosa di nuovo ed inaspettato.
E’ fredda, l’acqua!
水 が 寒い!
Mizu gasamui!
...come se io non mi aspettassi quella temperatura,
sarà diverso da
L’acqua è fredda
水 は 寒い です
Mizu wa samui desu
…descrivendo una situazione statica,
come se si sapesse che l’acqua è a quella temperatura.
Analizziamo un altro caso:
C’è una mela, sul tavolo
机 の 上 に りんご が あります
tsukue no ue ni ringo ga arimasu
…dove が sta a sottolineare l’esistenza della mela.
La mela è sul tavolo
りんご は 机 の 上 に あります
ringo wa tsukue no ue ni arimasu
…dove si utilizza は per sottolineare il soggetto della frase, che è りんご (ringo – mela).
Tra le due frasi, la differenza sta che nella prima il “punto forte” è l’esistenza di una mela sul tavolo, mentre nella seconda il “punto forte” è la mela, chiara e definita.
Lo stesso principio si applica alle persone:
Ci sono dei bambini al parco
公園 で 子供たち が います
kouen de kodomotachi ga imasu
…in questo caso が sottolinea l’essere al parco dei bambini, ovvero l’esistenza di “bambini” al parco.
I bambini sono al parco
子供たち は 公園 で います
kodomotachi wa koen de imasu
…in questo caso si usa は per sostenere il soggetto della frase, cioè “i bambini”, che recepiamo in modo ben definito (quei bambini, e non altri).
Ci sono poi situazioni in cui è rigoroso l’uso dell’una o dell’altra particella. Ad esempio, nelle frasi interrogative con soggetto “quale?”, “chi?”, l’uso di が è obbligatorio.
Chi è venuto?
だれ が 来ました か
dare ga kimashita ka
In sintesi, scegliamo は se:
– il soggetto della frase corrisponde al tema della frase
– se la frase sta ad indicare una condizione statica o usuale
Possiamo dividere le letture di ogni kanji in due gruppi:
le letture on,derivate dal cinese,
e le letture kun, proprie del giapponese.
In origine il Giappone aveva già una propria lingua ma ancora non aveva un sistema di scrittura, così decise di importare quello utilizzato in Cina. Importare un sistema di scrittura e adattarlo a una lingua diversa non è stato facile: i giapponesi, oltre a dare una lettura alle parole che avevano nella propria lingua (lettura kun), decisero anche di importare (sarebbe meglio dire “adattare”) i suoni cinesi assieme ai vari kanji (lettura on).
Ecco spiegate le tante letture di ogni kanji. Tieni conto anche che ogni kanji può avere più di una lettura on e kun perché sono state importate o inventate nel corso dei secoli.
Quando si usa la lettura on e quando la lettura kun?
C’è una regola che può aiutarti nella maggior parte dei casi, ma non sempre è valida:
quando un kanji si trova assieme ad altri kanji si usa quella on;
se il kanji è accompagnato da okurigana o si trova da solo si usa la kun.
Facciamo un esempio con il kanji 一 (uno): si usa la sua lettura “ichi” in composti di parole come 一月・ichigatsu (gennaio) o 一番・ichiban (primo), visto che si trova assieme ad altri kanji; mentre la lettura kun “hito” si usa in parole come 一つ ・hitotsu (uno, contatore giapponese).
Sembra che non ci sia alcun problema ad applicare questa regola, invece non è così raro incontrare parole che non seguono la regola.
Alcune parole comuni sono combinate da letture kun-kun e non on-on come ci si potrebbe aspettare, come in 靴下(scarpe-sotto)・kutsushita (calze), 出口(fuori-bocca)・deguchi (uscita), 花火(fiore-fuoco)・hanabi (fuochi d’artificio). Altre invece mescolano letture on e kun come 火曜日・kayoubi (martedì) o 場所・basho (luogo).
Persino tra i kokuji, i kanji di origine giapponese e non importati dal cinese, esistono delle eccezioni. Dai kokuji ci si potrebbe aspettare che abbiano solo letture kun, invece possono averne anche una on: è il caso del kanji 働 (lavorare) a cui è stata assegnata la lettura on “dou“.
Se non conosci le parole è difficile prevedere quale delle due letture utilizzare. Inoltre devi tenere conto anche di eventuali variazioni di pronuncia che una lettura prende a seconda dei composti per rendere più semplice la pronuncia.
In 一緒・issho (insieme) l’altra lettura ondi 一 “itsu” si modifica, つ diventa il piccolo っper raddoppiare le consonanti (dopotutto sarebbe difficile pronunciare itsusho!) In generale nei composti di kanji può capitare che, quando la lettura on termina in ち o つ e la sillaba successiva inizia con il suono k, s, t, ち e つ vengano eliminati e al loro posto si aggiunga っ piccolo.
In altre parole le consonanti diventano sonore, come la parola 手紙・(mano-carta)tegami (lettera), il cui kanji 紙kami cambia la pronuncia in gami (questo processo è detto rendaku).
Nel caso delle letture on che iniziano con は, ひ, ふ, へ, ほ possono prendere l’handaku (il piccolo cerchietto che trasforma queste sillabe nel suono P) se sono precedute dal suono ん oppure da ち e つ. Un esempio è 発表(partenza-mostrare)・happyou (annuncio), le cui letture singole sono 発 (hatsu) e 表 (hyou), anche つ si trasforma. Altro esempio è 引っ張る・hipparu (tirare), composta da 引/き (hiki) + 張/る (haru). Anche alle sillabe き e く capita spesso di diventare っ.
E non è finita qui! Nel giapponese non mancano composti di parole che prendono letture diverse da quelle on e kun. È il caso di 一人・hitori (una persona) e 二人・futari (due persone): il kanji 人 non prende mai la lettura “ri“, a parte in queste due parole. Se cerchi il kanji su un dizionario giapponese non troverai nell’elenco la lettura “ri“, anche se solitamente i dizionari online in inglese mettono questa lettura tra le kun.
Ci sono dei kanji di cui puoi intuire la lettura se conosci bene i composti fonetici. In giapponese molti kanji sono costituiti da composti fonetici, ovvero sono costituiti da una parte che indica il significato del kanji e da una parte che indica il suono.
Per esempio è il caso di 寺 (tempio) che presta la lettura on “ji” a kanji come 時 (tempo) e 持 (tenere): questi due kanji hanno come lettura on “ji”. Solo il radicale sulla sinistra distingue questi kanji, mentre a destra hanno la parte in comune per indicare la pronuncia.
Ma non sempre è d’aiuto questo “trucco”, bisogna conoscere se effettivamente un composto dà o meno la lettura ad altri kanji. E allora come fare per imparare le letture dei kanji? È più semplice di quello che credi.
Non è necessario conoscere a memoria ogni lettura
Molte delle letture che trovi sul tuo dizionario sono inutili da conoscere, o perché compaiono in parole poco usate, o perché sono usate in parole ormai praticamente obsolete. In più abbiamo visto che non sempre è possibile prevedere quale lettura dare alle parole, non è raro trovare parole composte che usano le letture kun o un misto tra on e kun. È inutile perdere tempo per imparare a memoria elenchi con decine di letture se poi non sai applicare la lettura giusta. Non è un metodo né efficace né utile, però è il metodo più semplice per farti passare la voglia di studiare il giapponese.
Nota: i dizionari segnano le letture on in katakana e quelle kun in hiragana. Se non trovi la dicitura per distinguere le letture fai caso al sillabario con cui sono scritte.
Impara semplicemente le parole
Tutto questo articolo per concludere con un banale “impara semplicemente le parole”. Hai letto bene: non hai bisogno di conoscere altro per imparare la pronuncia dei diversi kanji, non hai bisogno di preoccuparti di letture on, kun e altre informazioni. Inizia a leggere testi in furigana e pian piano imparerai le diverse letture e a capire come funzionano.
Per farti un esempio vedrai il kanji 水 (acqua) in diversi contesti, a forza di leggerlo diventerà automatico associare la lettura sui nelle parole 水曜日・suiyoubi (mercoledì) e 香水・kousui (profumo) e mizu in 水 (acqua). A forza di incontrare lo stesso kanji decine di volte imparerai naturalmente le sue letture e le sue eccezioni con molta meno fatica rispetto a imparare un elenco a memoria.
Cinese e giapponese sono due lingue molto diverse da quelle europee. Ma che cosa hanno in comune tra di loro? Scopriamone insieme le similitudini e le differenze!
Molte persone sono convinte che le lingue cinese e giapponese siano molto simili tra di loro. Entrambe hanno infatti una scrittura somigliante e diversa dalla nostra, oltre che una parlata incomprensibile. Inoltre i due Paesi vengono spesso associati per cultura, posizione geografica e tratti somatici. Insomma, anche le lingue dovrebbero essere uguali. Diverso tempo fa ho deciso, senza alcun impegno o pretesa di alcun genere, di iniziare a studiacchiare un po’ il giapponese. Volevo infatti capire se, effettivamente, cinese e giapponese fossero due lingue “sorelle”, come lo sono ad esempio lo spagnolo e il portoghese o il tedesco e l’olandese.
Nel proseguo di questo articolo potete farvi un’idea anche voi!
Per capire in cosa si somigliano le lingue cinese e giapponese, confronterò i singoli aspetti principali che le contraddistinguono, dalla scrittura alla pronuncia. Al fine di evitare confusione tra le due lingue, le parole cinesi, con relativa pronuncia e traduzione, verranno scritte in rosso, mentre quelle giapponesi in blu.
Intanto vi anticipo una piccola differenza: nell’immagine di copertina trovate le parole:
中文 (lingua cinese) e
日本語 (lingua giapponese).
Se però invertissimo le lingue, otterremmo:
中国語 (lingua cinese)
e 日语 (lingua giapponese).
Alfabeto e sistema di scrittura
Se non avete mai studiato il cinese in vita vostra, è bene chiarirlo fin da subito:non esiste alcun alfabeto cinese. Il sistema di scrittura utilizzato è invece quello dei caratteri cinesi (汉字, hànzì), i cui tratti non sono correlati in alcun modo con il rispettivo suono. In tal senso possiamo trovare un’eccezione nei componenti fonetici, i quali permettono di avere un’idea indicativa della pronuncia della sillaba. Tuttavia non garantiscono alcuna precisione, e non danno alcuna informazione in merito al tono.
Più complicato – o più semplice a seconda dei punti di vista – è il giapponese. Questa lingua, infatti, prevede tre sistemi di scrittura:
kanji (漢字, caratteri cinesi):
anche se, come vedremo, non c’è un’esatta corrispondenza tra cinese e giapponese;
si tratta di un sillabario, ed è il principale sistema di scrittura locale. Viene utilizzato in combinazione con i kanji, o in loro sostituzione quando non si conosce la scrittura di questi ultimi;
altro sillabario locale, utilizzato in particolar modo per la trascrizione fonetica di parole di origine straniera.
Caratteri cinesi
In entrambe le lingue cinese e giapponese possiamo dunque trovare i caratteri cinesi
(汉字hànzì, 漢字kanji).
Tuttavia, come già anticipato, non sempre è facile riconoscerli nel passaggio da un idioma all’altro. Nella lingua cinese possiamo trovare i caratteri semplificati (utilizzati nella Cina continentale e a Singapore) e quelli tradizionali (impiegati ancora oggi nei territori di Hong Kong, Taiwan e Macao). Le due scritture, sebbene presentino molti caratteri in comune (come ad esempio il già citato 日) non possono essere mischiate tra loro, e la conoscenza di una non presuppone la conoscenza dell’altra. Se invece vi approcciate alla lingua giapponese con una minima conoscenza di cinese, la prima impressione che avrete sarà quella di una gran confusione. La lingua nipponica, infatti, utilizza sia caratteri semplificati sia caratteri tradizionali. Non solo, alcuni rappresentano delle varianti locali, del tutto inedite in Cina. Inoltre è possibile trovare caratteri identici ma con significato diverso tra le due lingue. Infine alcuni kanji giapponesi sono combinati con le sillabe hiragana.
Il sistema di trascrizione fonetica correntemente in uso nel cinese standard è il pinyin (拼音). Questo è composto da un insieme di iniziali e finali che, combinate tra di loro, fornisce tutte le sillabe esistenti nella lingua.
Il giapponese, invece, utilizza il rōmaji (ローマ字), ed in particolar modo il sistema Hepburn.
Nelle lingue cinese e giapponese, quindi, esiste un metodo ufficiale per riprodurre i caratteri con le lettere dell’alfabeto latino. Tuttavia non rappresenta né un sistema di scrittura alternativo, né una qualsiasi sorta di alfabeto. Inoltre non può essere letto come se fosse italiano, ma bisogna farlo seguendo determinate regole.
Pronuncia
Al di là della trascrizione fonetica, cinese e giapponese si differenziano anche per la presenza di suoni inediti tra una lingua e l’altra. Nel cinese troviamo ad esempio la lettera “x”, letta più o meno come il “ch” della parola tedesca “ich”. È inoltre presente la lettera “l”, introvabile nella lingua nipponica.
Nel giapponese, invece, è possibile trovare la lettera “r” simile a come la conosciamo. In cinese, infatti, nonostante sia presente in numerose parole (come ad esempio il già citato 日), ha un suono molto particolare. Anche per il resto il rōmaji ha un suono simile all’italiano.
Cinese e giapponesehanno inoltre una vocale muta, rispettivamente la “i” (quando è la finale in alcune sillabe) e la “u”.
Ma al di là dei singoli suoni, esistono delle differenze in merito alla pronuncia dei caratteri presenti in entrambe le lingue? Per prima cosa bisogna considerare che il giapponese ha almeno due pronunce (ma possono essercene di più) per ogni carattere:
di origine cinese, utilizzata soprattutto quando i kanji fanno riferimento a parole composte
Tuttavia, nonostante la provenienza della pronuncia on’yomi, la corrispondenza con il cinese non è immediata. Il motivo è da ricercare nel fatto che i kanji sono stati introdotti nel giapponese nel corso dei secoli. Allo stesso tempo, però, anche la pronuncia del cinese è mutata nel tempo, per cui il suono è diverso da quello attuale.
Uno dei problemi principali nell’apprendimento del cinese è dato dal fatto che si tratta di una lingua tonale. Ciò significa che ogni sillaba è provvista di toni, e che una loro pronuncia errata cambia completamente il senso della parola, o della frase, in questione.
Ad esempio:
妈(mā, mamma),
麻 (má, canapa),
马 (mǎ, cavallo),
骂 (mà, insultare),
吗 (ma, particella interrogativa).
A queste si aggiungono poi ulteriori parole con identico tono, come ad esempioi 抹 (mā, asciugare/pulire)
Il giapponese, invece, non è una lingua tonale, per cui le parole possono essere pronunciate senza queste difficoltà.
Ad esempio:
語(go, lingua), 五 (go, cinque)
Segni grafici
I segni grafici presenti nel pinyin fanno riferimento ai quattro toni. La sillaba “mǎ” (马), ad esempio, dovrà essere pronunciata al terzo tono.
Anche in giapponese, però, è possibile trovare dei segni grafici, nello specifico il macron (¯), come nella parola “chūgoku” (中国) vista in precedenza. In questo caso il trattino sopra la “u” non indica un “primo tono”, bensì una vocale lunga. Lo si può trovare anche nella “o” lunga e, nelle parole di origine straniera, in tutte le vocali lunghe.
Per capire meglio:
Il kanji 中国, scritto con le sillabe hiragana, diventa ちゅうごく (chuugoku).
La doppia “u” viene quindi trascritta come “ū” (chūgoku).
Vi faccio un altro esempio:
東京 (Tōkyō) = とうきょう (Toukyou) → Tōkyō
Sillabe
Cinese e giapponese si differenziano anche per il numero di sillabe di cui sono composti i caratteri. Quelli cinesi, infatti, sono composti ognuno da una sillaba; i kanji, invece, non hanno un numero fisso.
Ad esempio:
我 (wǒ, io) → 1 sillaba;
私(わたし, watashi, io) → 3 sillabe
学生 (xuésheng, studente) → 2 sillabe
学生 (が/く/せ/い, gakusei, studente) → 4 sillabe
Parole
Un altro aspetto da non sottovalutare nel confronto tra cinese e giapponese è quello relativo alle parole in comune. Finora abbiamo visto alcune parole identiche tra le due lingue, ma questa non è una costante. Molte parole, infatti, come i già citati我 / 私(io), sono diverse.
Ad esempio:
水果(shuǐguǒ, frutta)
果物(kudamono, frutta)
蔬菜(shūcài, verdura)
野菜(yasai, verdura)
Ancora, è possibile che il sinonimo più utilizzato in Giappone sia quello meno diffuso in Cina, e viceversa.
Ad esempio:
per dire “cane”, le parole più utilizzate sono:
狗 (gǒu), 犬(inu)
quelle meno comuni, invece:
犬 (quǎn), 狗(inu)
Può accadere, inoltre, che non esistano kanji per determinate parole.
Ad esempio:
你 (nǐ, tu)
あなた (anata, tu)
In ogni caso la sola conoscenza dei caratteri cinesi non è sufficiente per capire il senso delle frasi in giapponese.
私は中国人です (sono cinese)
私は中国人ではありません (non sono cinese)
Struttura della frase
A mio modo di vedere, una delle maggiori differenze tra cinese e giapponese è legata alla struttura della frase.
In cinese, da questo punto di vista, non ci sono molti problemi, in quanto la struttura è la stessa dell’italiano e delle principali lingue europee: soggetto-verbo-oggetto (S-V-O).
In giapponese, invece, si ha l’inversione tra verbo e oggetto, per cui la struttura della frase sarà: soggetto-oggetto- verbo S-O-V.
Ad esempio:
我是中国人(wǒ shì zhōngguórén)
我 = io
是 = essere
中国人= (persona) cinese
—
私は/中国/人/です (watashi wa chūgokujin desu)
私 = io
は= particella
中国人 = (persona) cinese
です = essere
Particelle
Rispetto alle lingue europee, cinese e giapponese si caratterizzano per la presenza di particelle. Si tratta di specifici caratteri aventi funzioni particolari, come ad esempio rendere le frasi interrogative.In alcuni casi è possibile trovare un esatto corrispettivo tra le due lingue.
Ad esempio:
Particelle interrogative: 吗 (ma), か (ka)
Sono cinese?
我是中国人吗?
私/は/中国人/です/か?
Particelle possessive: 的 (de) の (no)
Il mio cane
我的狗
私の犬
Nonostante ciò, anche in questo caso non c’è un’esatta corrispondenza tra le due lingue.
Ad esempio:
particella che identifica il soggetto: は (wa);
particella che identifica l’oggetto: を (o).
Io mangio frutta
我吃水果
私は果物を食べます
Un’altra peculiarità rispetto alle lingue a noi più note, è quella relativa all’utilizzo dei classificatori. A costo di ripetermi, le similitudini tra cinese e giapponese si fermano qua, poiché non c’è un’esatta corrispondenza tra i caratteri.